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La lingua della città di Mara Venuto. Lettura di Cristina Polli

Precedentemente pubblicata su poetarum silva

 

Anima mia anima ferina bestia

che appartiene e fugge al cacciatore,

vive quando i nemici hanno gli occhi chiusi

muore al crocevia dei folti passanti. (p. 26)

I versi qui riportati rappresentano bene il dissidio interiore che dà vita alla raccolta di Mara Venuto, La lingua della città, Delta 3 edizioni.  La città parla la sua lingua, lascia segni visibili, ma difficili da accogliere, difficili da accettare perché parlano di dolore e ne parlano con una complessità che lacera le pieghe di una rabbia impotente e di un rimpianto tenero e doloroso. Entriamo nelle dicotomie di un dramma intimamente vissuto, in un percorso di conoscenza che si dispiega a partire dalla perdita dello stato di grazia ingenuo e paradisiaco dell’infanzia, momento di spontaneo e stupito legame con l’immanente bellezza dei luoghi.

Abbandono, perdita, mancanza sono i segni con cui la lingua della città ci scortica la pelle, i suoni di un dire abraso di ruggine e ferraglia che ci passano per la gola e raschiano le pareti dello stomaco, la resa di Mara Venuto è plastica, leggendo viviamo anche noi in maniera viscerale il malessere della città di Taranto, vediamo il convoglio dei suoi morti (p. 13):

Nella stazione bruciata

un raduno di ferro digrigna i denti,

due strade senza scelta prendono il comando

finché cede lo sguardo oltre l’angolo

e si spezzano i voti

a tirare nella gola gli amen alle spalle.

 

Nei nostri ricordi vediamo i morti,

agganciati come vagoni

alla ruggine che addolora il sangue

e non muove più i treni.

 

Gli interrogativi ci accompagnano nella lettura, punteggiano la topografia della città, i luoghi, le strade, gli edifici che prendono voce; aderiscono agli oggetti, li trasformano come trasformano le persone attraverso il peso della privazione, del male che avvelena e consuma ogni energia (p. 51): Il cielo si chiude a pugno/ sopra un uomo che ride./ Dimentica i lividi e i denti, gli stessi del padre prima della morte.  Le risposte, invece, non ci sono, o meglio c’è l’anelito a un coraggio sperato ma troppo distante, a un coraggio che la città non sa darsi perché vano rispetto all’ipertrofia e alla capillarità del male che dovrebbe essere combattuto con ben altri mezzi (p. 25):

Incespica la lingua affonda i passi

restano fuori solo i pudori

sulla guglia di una gola adolescente.

 

Manca il tempo di restare sulla riva,

a contemplare l’abisso affogato dagli anni.

 

Si ferma un alito di coraggio sulla soglia

dove sono sgraditi gli ospiti attesi,

le scoperte si fanno largo a bracciate

e noi cadiamo.

Anche la poetessa sembra cercare vanamente il coraggio (p. 28): Come me è questa terra, l’ombra ci copre/ e cadono gli ardori. Ma poi il coraggio cos’è se non la capacità di offrire autenticamente il proprio sentire togliendo le cortine che ci isolano? La capacità di reclamare innocenza e tenerezza, di denunciare il peso della rassegnazione? Comprendere chi è isolato, estraniato dalla fatica? (p. 14):

L’elica sembra si stacchi

Pende una falce sulla schiena dei vagoni

Come buoi stesi a riposare.

 

Dall’alto l’aria è immobile,

un muro di fatica sulle spalle degli operai,

se troppo duole il morso e i piedi hanno

sandali di ferraglia inutile.

 

Sfatti si lasciano prendere dal sonno

È una nenia la pala che rotea lontana,

non fa rumore, e il vento è un odore

che sfama i cani.

Ma la lingua della città vibra anche liricamente in un controcanto, elegia dolente che filtra con la voce bassa e sussurrata nella tenerezza di innocenze perdute e rimpiante, stati di orfanità a cui si giunge per la povertà e le morti, ma anche per la scissione del legame con i luoghi (p. 39):

Fa male essere bambini,

usare maschere vedere l’abisso

e poi emergere come esseri umani.

Il distacco dall’innocenza si carica qui di una doppia irreversibilità, non solo il tempo che trascorre e muta tutto, ma anche i luoghi muoiono preda della stessa reificazione di cui sono vittima gli esseri umani, reificazione  che toglie loro l’anima antica e nuova (p. 36), Il quartiere ha perso il calco della sua giovinezza.

Anche i luoghi, in silenzio, danno  tuttavia la loro risposta (p. 22):

Un cerbiatto sulla riva del mare

Non s’era mai visto, eppure

L’inatteso cede.

 

 

Cristina Polli

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