venerdì 4 agosto 2017

Letture: Giovanna Iorio, “La neve è altrove”, Fara editore, 2017





Ho un debole per certe poete, tra queste Giovanna Iorio.
Ieri sera, dopo averlo corteggiato per mesi e aver indugiato per quei dieci minuti in cui ti convinci dell’assoluta necessità di un atto, ho preso in mano la sua raccolta poetica,“La neve è altrove”, ho iniziato a leggerla, rapita, verso dopo verso, pagina dopo pagina, fino a completare l’immersione nelle traduzioni delle poesie in inglese e tedesco. Anche qui ho trovato altre ragioni, ragioni del cuore, dell’intelletto e dei sensi, per vagare nei versi, per abitarne il suono. Riporterò alcuni versi nella traduzione in tedesco di Anna Maria Curci 

La pagina bianca
nevica tra le parole.

(p. 22)

Die weiße Seite
schneit zwischen den Worten.

(p.162)

Avevo già letto vari scritti di Giovanna Iorio, ma questa raccolta mi ha rivelato – o confermato? -  la mia sintonia con l’altrove: la neve, l’essere, è altrove. Si tratta quindi di un incontro che chiede una celebrazione, un riconoscimento in cui ha parte l’egoismo del lettore che si vede rispecchiato nelle immagini e comprende senza esitazione cosa vuol dire “riempio la stanza di vapore/ nel bianco scompare il dolore”.
La realtà delle cose si palesa davanti ai miei occhi e so cos’è la neve, questa metafora dell’essere che si manifesta in silenzio, che viene annunciata e attesa, e concilia in sé le contraddizioni nelle qualità – leggera e pesante, effimera e durevole – e negli aspetti – vita e morte. Tutto mi appare chiaro, luminoso e vero in questa raccolta: anche la notte e la morte conservano una loro luce e chiamano leggerezza di foglie e di farfalle.

Scompare nella notte una valle
le case tornano lievi
come farfalle.

(p. 34)

Io amo
le cose che finiscono soprattutto se posso
sentirne il suono: le foglie, il temporale, la
voce.

(p. 25)

Conosco, finalmente – finalmente come dopo un’attesa che si rende presente solo al momento dell’incontro -  la rosa d’inverno, che si sfoglia e muore silenziosa sul tavolo come su un altare. Bellezza prigioniera che si libera e si eleva nelle ultime esalazioni di profumo come l’io poetico che desidera rinascere di rosso rame – rosso come il sangue e le volpi, rosso come “la ferita del tempo” (p.23), rosso per  dialogare con la bianca neve che ammanta l’anima, rosso per esistere e resistere alla coltre che abbraccia, protegge e mutua il dolore e i ricordi. Rosso per sapersi individui e incontrare lo sguardo delle volpi. Rosso per essere una gabbia di rame e avere sbarre da aprire.
Questo è un libro particolare, l’aggettivo che meglio lo descrive è incantevole, ma qui la parola incantevole è l’accesso a una bellezza leggera e dolorosa, come la neve attesa, come la perfezione effimera dei  fiocchi ritratti nelle fotografie di Alexey Klijatov.
Finirò di leggere tutto il libro: le altre traduzioni, che spero di poter ascoltare, e il breve saggio finale, intanto, consapevole che la verità dei poeti si manifesta, così come si cela, nel segno e nel suono,  lascio la mia impronta su questa neve riportando come luogo sospeso e desiderio d’incontro i versi della poesia eponima e la traduzione in tedesco che rende nei suoni il silenzio, l’attesa , il movimento presente nel ricordo e quello anelato.

La neve è altrove
a noi parla il grigio del cielo
da qualche parte le volpi attraversano
pagine bianche – Oh, voi che affondate
le zampe in questo silenzio
tornate.

(p.20)

Der Schnee ist woanders
uns spricht das Grau des Himmels an
irgendwo gehen di Füchse
durch weiße Seiten- Oh ihr, die die Pfoten
in diesem Schweigen taucht,
kehrt zurück.

(p. 160)

Cristina Polli



Foto mia


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