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lunedì 28 maggio 2018

INFANZIA RESA, di Sebastiano Aglieco.Un percorso di lettura.


Pubblico qui di seguito la mia recensione di Infanzia resa di Sebastiano Aglieco. L'articolo è apparso su Poeti del Parco il 21 maggio scorso. Sono grata a Vincenzo Luciani per avermi dato l'occasione di confrontarmi con questa raccolta poetica perché il dialogo tra azione e meditazione che ne scaturisce è per me una risorsa preziosa. Sono grata a Sebastiano Aglieco per la generosa accoglienza che ha dato al mio scritto sul suo blog Compitu Re Vivi 2.


Il mondo poetico che vive in Infanzia Resa, l’ultima raccolta poetica di Sebastiano Aglieco, pubblicata nel 2018 da Il Leggio Libreria Editrice,  potrebbe essere rappresentato come un territorio che si dispiega, si rispecchia e allude, duplica la sua materia in forme opposte, distendendosi tra due assi.
Un asse percorre la poesia come dialogo con l’Altro, invito a disporsi in comunione autentica con l’essenza più vera e profonda dell’Altro, con un’anima che si annuncia da lontano: Vedo un pianeta immenso  popoli/ l’anima, in tanta lontananza. (p. 15), dicono i versi di uno dei bambini in mirabile dialogo maieutico e poetico con il maestro. La raccolta è costellata di testi in corsivo, definiti da Aglieco gli “angeli custodi” che lo hanno ancorato “saldamente alla terra, al qui e ora, senza svagare” (p. 138), ne sono autori i bambini che egli ha seguito in questi anni a Milano, come egli stesso scrive in apertura della raccolta.
L’altro asse è quello del ritiro, della riflessione, il luogo di meditazione e contemplazione necessario all’io poetico per decantare la visione, per coglierne i segni e la necessità, la potenzialità attuabile di un tempo più giusto per cui battersi. È l’attitudine che richiede la celebrazione quotidiana del Rito (p. 19), la separazione dal tempo, la creazione di uno spazio sacro costituito dal tempo-scuola, l’inizio quotidiano di questo tempo segnato dalla suggestione delle luci che si accendono nel parco alle otto e venti di ogni mattina.
In Animae (p. 18) si intrecciano alcuni dei fili che attraversano il tessuto dell’opera: all’amore per i bambini, a questa pedagogia fondata sull’amore per l’essenza irripetibile dell’infanzia, per il suo tempo breve e il suo rapporto di immediatezza con il mondo, si lega il tema della ricerca del vero nome, dell’essenza con cui si prende coscienza di sé e ci si presenta al mondo, tema che percorre tutta la raccolta con diverse declinazioni:
Ci sono momenti in cui vi amo veramente
mentre atterrate la neve dagli alberi e giocate
alla ricerca del vostro vero nome
Compare di seguito l’invito alla bellezza e alla cura del grande come del piccolo, bellezza e cura che coincidono con l’impegno civile, si riversano in esso, nella disponibilità con cui si risponde all’ appello a una giustizia per tutti accettando l’inconoscibile e il mistero che porta con sé: Io non so cosa sia, oggi, questa luce che si/ apre al bianco …
Troviamo molte altre volte la parola luce scorrendo il libro e la vediamo irradiarsi, abbacinare, mutare d’intensità, creare la zona d’ombra che fa risaltare la visione, negarsi per chiedere una riflessione onesta, per portare all’accettazione del dolore, che sia amato e custodito, leggeremo tra poco nei versi di una poesia severa e toccante (p. 23). Se qui la luce può essere letta come accettazione, resa all’inconoscibile e al mistero, altrove si fa annuncio: un’attesa è nella luce dei viali impolverati (p. 92). Essa è anche il conforto che accoglie il poeta commosso davanti ai suoi bambini accompagnandosi al loro breve accadere:
… perdono, ripetevo
nella mente, lasciatemi qui
apritemi alla luce nuova della terra che
si illumina di voi
del vostro breve accadere. (p. 89)
 In Terezin  assume la consistenza materica e vischiosa del sangue in cui scorre l’orrore dell’atto: … questi alberi, oggi, segati sotto i/ nostri occhi come gli agnelli/ nella luce del sangue (p. 52); e ancora lascia trasparire il mistero inteso come fatto incomprensibile, sacralità tremenda:   Non vogliono niente/ essere solo in questo terrore della/ luce … (p.118).
Nella già citata Terezin tutta la narrazione sembra svolgersi accompagnata dalla colonna sonora di un silenzio di macerie che accomuna bambini, di generazioni distanti decenni, nel sentimento del dolore e nella coscienza sgomenta del tradimento subito dai fratelli. Il silenzio, in queste poesie, nella scrittura poetica del maestro e dei bambini, contiene e preserva, è la realtà che sta oltre, che tocca i/ polsi, che farà tremare gli occhi (p. 28). Esso sembra porsi come segno dell’autentico, dell’immanenza del vero (p. 48): A volte la pagina rimane vuota/ allora guardo dalla finestra e/ invoco il silenzio nelle parole. Leggiamo i versi di un bambino: Con il cuore parli, e/ il silenzio ti fa scrivere (p. 107) e comprendiamo che, questo silenzio che contiene la scrittura,  deriva da un silenzio più profondo al quale il maestro ha educato i suoi alunni, in cui si sono immersi, il silenzio che qualcuno ha intuito compagno diletto del dolore e anelito muto verso l’amore perduto (p. 102): Qualcuno di voi ha già capito/ affronta il dolore che/ s’incammina verso la/ terra scura, il silenzio di Euridice. Compare qui la varietà di significati assegnata alla parola silenzio che s’incunea fino alle sue accezioni negative di privazione e di impedimento (p. 74). È rimasto un granello/ lo tengo in una mano come/ la promessa di un altro giorno, uno/ solo che non si piega più al silenzio, …  Ci riconciliamo con esso quando leggiamo, nel tono intimo e riflessivo dei versi di pagina 121, che è lo stesso  maestro-poeta a cercarlo per leggersi dentro:
ho bisogno di capire il silenzio che
sarà in me, quando non sarò più l’attesa
di nessuno e non avrò più bocche da sfamare
 con le mie parole.
Si potrebbe parlare di coraggio riflettendo sul modo in cui Aglieco sceglie e usa le parole, e sviluppa il discorso per renderci coscienti della complessità, dell’inafferrabile, del mistero: parole semplici, appartenenti al lessico comune, in un discorso che, a volte, richiama l’andamento della fiaba, altre volte prende un tono piano ma autorevole, che salda la commozione alla meditazione e alla consapevolezza di una  responsabilità educativa che è dell’uomo, del poeta e del maestro. Un compito non facile a cui egli si offre con la fiducia che acquisisce  chi affronta un lungo e costante cammino di indagine e introspezione che non trascura il dispiegarsi degli eventi, né la ricerca attiva e attualizzante di “ un tempo più giusto”, né l’interiorità. Leggiamo come una esemplare dichiarazione di intenti, Il vostro vero nome a pagina 23:
Non baro
voglio che capiate il dolore degli altri
che sia amato e custodito
nell’attesa del vostro vero nome.
Riportate la parola al suo stupore!
Voglio rimanere in questo tempo
come il bagolaro che si piega
alla ferocia delle vostre mani.
Offritemi al dio della pazienza.
Il maestro si fonde con il poeta, dichiara che il suo insegnamento è prima di tutto conoscenza del dolore ed apertura alla verità dell’Altro e del mondo. E chiede un compito impegnativo ai suoi allievi: Riportate la parola al suo stupore! Ogni superficialità è finalmente bandita nello spazio sacro del tempo-scuola, del tempo dell’infanzia, la parola non può essere quella assoggettata alla produzione, al consumo, essa è conoscenza, comunicazione, dialogo, scoperta, riflessione, partecipazione, amore. La parola, che è il tramite per la complessità e il mistero, è essenzialmente amore, incarnato dal maestro attraverso l’accettazione, l’attenzione, la pazienza, lo sguardo.  
Anche a chi voglia entrare nella parola-poesia, viverla diventando permeabili all’Altro, è richiesto coraggio. È necessario essere disposti a ferirsi,  (p. 39):
Accetta il dono dello specchio che
 ti viene incontro e ti ferisce con un bacio:
 il bacio del fratello più sincero
che lasci, per ricompensa, al tempo dell’infanzia.
La resa del dolore e al dolore diventano talora vie obbligate per la liberazione del sé, per aprirsi all’accettazione di sé, della propria storia, allo sguardo risanante dell’Altro. Bisogna lasciar cadere la scorza dell’intangibilità e della incomunicabilità (p. 41):
Appaiono draghi tra le righe del tuo
quaderno, li incidi col graffi della punta
velenosa e graffi, e ti graffi finalmente.
Aglieco non nasconde il dolore, la violenza mascherata dei tempi, e dichiara senza mezzi termini il suo intento di maestro e di poeta. La sua poetica è consustanziata di impegno, cura, ricerca dell’autentico, la serietà vi ha luogo come attitudine che l’io poetico lascia trasparire quale atteggiamento dell’esistenza. Nei versi che stiamo per leggere, a pagina 87 della raccolta, il discorso viene dalla voce unica e duplice del maestro- poeta.
Non oso ridere delle lacrime
non rido ma grido dietro le sbarre del
tempo, dietro le vostre maschere.
Non è vero che se ferisco uccido:
lascio l’apertura del sangue per
entrare dove non c’è vestito e
non c’è festa e non c’è pudore
lascio l’avventura dello sguardo alla
distruzione, a quella parte di noi che
incontreremo dopo la caduta.
È un discorso inattuale, o diremmo meglio contro-attuale, in un tempo come il nostro che si vota alla superficiale facilitazione, all’edonismo immediato, agli irrigidimenti burocratici e perde di vista l’essenziale, l’autentico, la verità della caduta, ma anche la bellezza. L’espressione ferma del dissenso dovrebbe farci riflettere sull’urgenza di tornare a una pedagogia non asservita, all’autorevolezza della conoscenza, alla centralità del dialogo in cui ognuno ha il suo riconoscimento e trova la sua visione, all’accettazione di una via non innocua, ma salvifica, quale è metaforicamente la ferita, per aprire un varco al vero.
C’è tanto altro ancora in questa raccolta, tanto per cui vale la pena leggere, rileggere, meditare, graffiarsi via la scorza che ci isola e ci rende indifferenti all’infanzia presente, che ha raggelato la nostra infanzia trascorsa.  Le parole scelte come tracce per questo percorso di lettura sono soltanto alcune di quelle che saltano all’occhio e dicono la profondità del dettato poetico nei testi della raccolta. Colpisce che anche i testi dei bambini si inscrivano nella complessità e nel mistero, vi alludano in vario modo e in varie forme  scrivendo di cose tangibili e vissute, osservate e amate. Senz’altro questo è il segno del dono fruttifero e generoso che viene dalla consuetudine di una interlocuzione accogliente che il maestro- poeta apre alle  voci dei bambini, ora idilliche, ora incantate, ora liberate o liricamente dolenti. E per chi è maestro o maestra, come me, la lettura di questa raccolta vale a mantenere il coraggio di educare al vero, ad amare autenticamente l’Altro, a lasciarsi permeare da questo dono impagabile e partecipare con attenzione, pazienza, dedizione, alla sacralità del tempo- scuola, all’insita bellezza che torna negli sguardi, essere il guaritore ferito che guarisce (p. 34):
Oggi, dopo il gioco, hai scelto il nome più segreto
del maestro più vero:
il guaritore ferito che guarisce.

Cristina Polli


Paul Klee, Polifonia, 1932









mercoledì 11 aprile 2018

Giovanni Luca Asmundo, Stanze d'isola. Una lettura.


Ho iniziato la lettura di questa silloge di Giovanni Luca Asmundo, Stanze d’isola, Oèdipus 2017  avvertendo in pieno lo sgomento del corifeo che prende atto di una perdita, di non poter tornare indietro e, nello stesso tempo di dover svolgere un atto solenne senza sentirsene degno: Dovevamo recitare uno spettacolo/ ma abbiamo dimenticato di imparare la parte.
Il tempo concesso è finito, o meglio il tempo è diventato un tempo altro e il ritorno anelato, il compimento, è ormai una ferita, un futuro sognato e impossibile:
Non basta mescere vino e melodie/ non basta un occhio sulla prora a far da casa  (p. 14)
Il tempo, il ritorno, il mare, la pietra: queste le apparenze che si muovono e si contrastano sulla scena, incontrandosi o ignorandosi mentre la Storia si svolge in un luogo che il presente mitico tiene al margine o è relegata in memorie che il mare dilava (p. 11) :

Se l’acqua avrà disossato i ciottoli
custodi delle voci degli aedi
impresse spume, a cosa aggrapperemo
quel ritorno sulla rena e soffio
che è l’esile intento opposto al tempo

un destino comune patiremo
privato di memoria e di catarsi
fino al consumo di giorni caduti

Il mare. Emblema dell’eterno variare, dell’eterna dispersione, dell’incomprensibilità. Un mare che sovrasta e sottrae quello di Asmundo, sovrasta le voci degli aedi e quelle del coro (p. 15) :  ... parlava da solo/ fragore continuo (p. 34), oppure è il blu troppo aspro nel mezzogiorno salso (31) che scrosta l’intonaco e le strade che voltano e chiudono; il mare oltre le finestre vuote non visto e non compreso, ancorati a un gesto che tiene saldi  alla terra e salva nella ripetizione: La sera, stavamo alla finestra vuota/ mangiando pane e olive (p. 34)
Mare amaro, mare amato in questi versi che incatenano al loro variare ondivago (p. 21):

E finì per assomigliare al mare
perché sempre ne aveva scrutato obliquamente
il senso, oltre il silenzio abbacinato

all’immagine di creature mitiche coi capelli d’alga e di percorsi a spirale del pensiero-conchiglia,

E finì per assomigliare al mare
e al consumo dei giorni, incessante
e cangiante, oltre lo sguardo salato.

Ma cosa somiglia al mare? La costituzione del poeta che sa di non potersi sottrarre alla separazione perché sia vero il canto; l’isola a cui anela l’impossibile ritorno, il ricongiungimento di cuore e corpo detto in apertura della silloge, con un luogo che vive nel suo desiderio. Ma leggendo e rileggendo, ripetendo la lettura come un’onda di risacca, ecco che appare la poesia stessa, nel corpo di questi versi, a prendere le sembianze del mare.
Ed è il mare il luogo necessario al periplo, il luogo che consacra l’isola e la pietra, i boschi d’alloro, le querce, i fichi asciutti.
E come il mare è aspro, salso, odiato, ma poi assorbito e amato nella sua presenza, così la pietra è greve, stringente, erosa, sgretolata, solo per riprendere il posto che le spetta nel momento in cui l’uomo si riconcilia con il tempo (p. 41):

Quando finimmo di lasciare indietro il tempo
scelte con peso le immagini più care
le rocche sgretolate ripresero vita
e si ersero alberi dalle ossa sfiorite
sentinelle al brulicare tra i sassi.
Tutte le cose trovarono posto
e su morbidi cuscini di pietra
fu dolce il sonno dei sogni
e il mare smise di disperdere
le spiagge di pomice.

Sarà la notte a riconciliare la pietra e il tempo, il respiro dei cedri nell’epifania di luna che lenisce il tenue frinire dell’incompletezza (p. 37)  vivificando le statue in un bacio che ne rinfresca i polsi (stessa pagina),  quasi l’immagine di un quadro metafisico che, ritraendo lo sguardo di calcare indifferente alle sorti degli umani (p. 30), lo pone a confine dei destini. Si incarnano qui, nelle loro mimiche,  il vasaio, il venditore di fichi, il tranciatore di tonnina (p. 35), si ripercorre il fregio degli uomini intenti alla raccolta dei rami nel bosco d’alloro per celebrare la festa (p. 36), qui si aprono le vuote finestre nel cui vano scorgiamo la ripetizione di un gesto quotidiano quale può essere mangiare pane e olive (p. 34).
La pietra nelle sue diverse accezioni: colonna, muro, selciato selvatico, luogo di memoria, rintocco del tempo, testimone di tragedia nel ricordo del sisma del Belice (p. 25). la pietra che registra nel mito i segni della storia, storia piccola, dispersa e quotidiana che si affatica e si artiglia alle poche certezze: quel vaso di basilico appoggiato in balcone (p. 19) e le ombre dei ritorni aggrappate […] ai quattro muri, schiacciate/ su croste e conchiglie (p. 27).
Le rovine si compenetrano della vegetazione, una compenetrazione che parla della nostra identità, del nostro senso del tempo e   dell’appartenenza. [1];  le colonne doriche divorate dagli ulivi (p. 15)  e poi (p.40):

Resti di muri rosi da lumache
si ricongiungono ai cumuli di pietra
e sparsi ossi di pecora.

E infine il bianco calcare, divenuto cenere, che anche i Ciclopi sono costretti ad abbandonare, prendendo, inesperti e impacciati, il mare,  tra le urla delle capre e le loro lacrime cispose: un esodo che accomuna uomini e giganti (p. 43), un desiderio di ritorno che rende sacra l’isola e pone ogni elemento nel tempo immutabile che resterà Quando avremo finito di dimenticarci di noi stessi (p.10)

resteranno soltanto le pietre
restituite alle pietre.
Resteranno le querce immortali
sullo sfondo del bianco più solenne.
Il ronzio dell’ape insistente
nella calura che schiaccia.
E sciare nere che scivolano in mare
franando, di tanto in tanto.

La silloge cita nei titoli delle prime tre poesie e dell’ultima i momenti assegnati al coro nella tragedia greca e viene naturale immaginarne la recitazione affidata a un coro di voci, a una pluralità che si riconosce in questo dire comune.
Calata nel tempo della sua recitazione, la voce non permanente, che si impasta col fragore del mare e risuona nei passi che calcano i selciati “serpigni”, nelle voci plurime di uomini e di antiche presenze in teatri, templi e mercati, viene assorbita e si fa traccia nell’ascolto, stratigrafia nella memoria e in questa orchestrazione viene reso intellegibile il silenzio, voce di un tempo altro, immortale e immobile di cui parlano il bianco solenne delle pietre e lo sguardo di calcare. Con questo tempo sullo sfondo, non solo il ritorno, ma anche il compimento è relegato in un eterno futuro prossimo che separa e consacra.

  Cristina Polli









[1] Ripercorrendo i sentieri della mia memoria sono approdata a un paio di pagine del Diario di Repubblica dell’11 novembre 2011, Rovine. Il sottotitolo è emblematico e preoccupante: I simboli della nostra civiltà che rischiano di diventare macerie. A parlare di rovine troviamo Salvatore Settis, Georg Simmel, Marc Augè, e tanti suggerimenti di lettura in due pagine dense e solide da tenere come aggancio ad una dedizione all’appartenenza che possa riconciliarci nell’offerta e nella custodia di cultura e natura. Qui le pagine citate.



venerdì 16 febbraio 2018

Leggere e scrivere



Alcuni amici si sono recentemente soffermati su un articolo di Elvira Seminara Italiano addio: per colpa del mercato la lingua italiana è sempre più povera. , anche io l'ho letto con interesse e coinvolgimento perché il discorso mi riguarda da più punti di vista: come maestra, come formatrice e come persona amante della lettura e della scrittura. 

Nel mio lavoro osservo che il lessico dei bambini è molto scarno, a volte mi sorprendo a constatare che non conoscono parole di alto uso, ma anche di base, e che hanno difficoltà a ricordarle dopo che sono state spiegate e contestualizzate. Quando rielaboro testo per farlo comprendere, espongo i miei alunni a una lingua più ricercata di quella che è loro familiare, ma mi trovo costretta a spiegare e tradurre termini in un linguaggio di base anche quando non me lo aspetterei, oggi è stato il caso della parola lode (insegno in una terza primaria). Una volta ho proposto loro di portare dei libri da leggere ad alta voce ai compagni: dopo alcune letture mi sono resa conto della bassa qualità dei testi e ho interrotto questa esperienza che si stava rivelando infruttuosa. Ora i testi li scelgo io. 
L’articolo parla di lessico ad alto uso, una definizione che dobbiamo agli studi di linguistica di De Mauro. L' importanza del lessico di base e del lessico ad alto uso sta nel loro impiego come risorse per l’educazione democratica: si parte dal lessico di base e poi dal lessico ad alto uso per dare a tutti la possibilità di partecipare al processo di apprendimento, ma è dovere dell’insegnante e diritto dell’alunno esigere l’uso di una lingua più ricercata, letteraria e/o accademica che sia per una piena partecipazione alla cittadinanza. È diritto dell’alunno e dovere dell’insegnante entrare in contatto con una lingua letteraria creativa, immaginifica, poetica, forbita e calzante - come diceva il mio professore di liceo – per rendere possibile una espressione piena, autentica, misurata o debordante, in una parola consapevole di tecnica, mezzi e capacità.  
Bisogna aver fatto percorso di questo tipo per arrivare oggi a leggere con piacere di leggere pagine di un certo pregio letterario, pagine da cui lasciarsi trasportare attraverso figure retoriche o accostamenti inconsueti, o in cui approfondire analisi introspettive di vissuti e sentimenti.  Mi sento in diritto di dire che la scuola ha una certa responsabilità nel degrado delle capacità di comprensione dei testi letterari soprattutto perché è responsabile, visto il modo in cui viene spesso proposto di dimostrare l’apprendimento delle conoscenze, di un atteggiamento che porta ad evitare l’impegno. Ma evitando l’impegno finisce per precludere il piacere.  Il mio desiderio è quello di continuare a dedicarmi con piacere alla lettura e spero di educare persone che ne abbiano lo stesso piacere, perciò chiedo fermamente a chi scrive per mestiere di prendere sul serio questo impegno, sul serio per creare un mondo più leggero e meno superficiale come insegnava Calvino. E libri belli ce ne sono, libri che fanno prendere coscienza che l'educazione umanistica deve tornare ad essere centrale e che scuola e letteratura non devono e non possono essere lo specchio del mercato, pena il decadimento a cui assistiamo e che giustamente Elvira Seminara denuncia.


Wilhelm Amber, Leggendo il Werther, 1870