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mercoledì 31 maggio 2017

Parole




Le parole ci circondano, si dispongono come tessuti che ci confortano o ci irritano la pelle, come abiti da indossare, che ci nascondono, o lasciano trasparire la nostra essenza.
Si legano le une alle altre, a volte a capriccio, a volte con un motivo, un richiamo, l’analogia di un suono, di un colore: una bambina si allontana dalle parole con cui ripenso alla mia giornata a scuola inseguendo un palloncino bianco e io la lascio andare perché la so felice. Oppure il riflesso rosso del tramonto sui tronchi degli alberi chiede una parola che tocchi  quella luce, una parola che possegga il lieve incanto che accarezza le cortecce.
Dentro di noi ci sono le parole degli altri, le parole per gli altri, quelle con cui si fanno presenti, vivono in noi, al di là della condivisione dei gesti quotidiani: sono le parole con cui riduciamo le distanze e saniamo i dissapori, quelle che con cui creiamo il dialogo che ci unisce e getta luce su nuove prospettive.
Vogliamo collocare le parole nelle griglie dei ragionamenti, seguire un filo logico, ma esse spesso si ribellano e prendono sentieri imprevisti, dove noi ci riveliamo più veri. Abbiamo in noi parole di attesa e parole che lanciano reti di aspettative a pelo dell’acqua, reti in cui noi stessi ci impigliamo.
Abbiamo anche parole per costruire, parole che amalgamiamo come malta per tirare su muri. Muri che sorreggono ripari, o significano esclusione. Perché  le parole hanno spazi tra loro che ci lasciano inquieti e che tendiamo a riempire con altre che troviamo intorno a noi,  espressioni spesso inutili, urlate e caricate di un’enfasi volgare, che fortunatamente possiamo allontanare dai nostri discorsi per scegliere parole sobrie, aderenti alla cura del nostro pensiero e della vicinanza con l’altro.
Perciò anche se è facile correre il rischio di trovarsi chiusi tra questi muri, perché ci arriva sempre nuovo materiale per costruirli, talmente tanto che continuare a innalzarli sembra l’unica cosa che si possa fare, questo rischio può essere sventato da  piccoli gesti che ci rendono nuovamente presente la possibilità di vivere attraverso il nostro sguardo e di volgere il capo ad un suono lontano che ci dona la libertà di seguire il bianco disfarsi delle nuvole.


 


 Mare, trasparenze e riflessi - foto di Cristina Polli.










lunedì 30 settembre 2013

Sisifo e noi

Come Sisifo tutti noi viviamo prigionieri di ripetizioni che se da una parte ci sfibrano, dall'altra ci qualificano. Il tipo di stanchezza che ci portiamo sulle spalle o che traspare dai nostri occhi può essere il segno di appartenenza a un gruppo ma, sempre più spesso, è solo nostro.
Di nuove stanchezze ho parlato in un breve scritto pubblicato sul blog di filosofi per caso al quale rimando chi volesse leggere per intero l'articolo. I paragrafi che pubblicherò in questo blog potranno essere occasione di ulteriori riflessioni. 

Condanna e seduzione.
 
La condanna del  genere umano alla stanchezza è narrata nei miti, che siano quello di Sisifo[1] o quello della cacciata dall’Eden[2],  ed essa viene generalmente percepita come portato inevitabile del vivere. Nel corso dei secoli e dei millenni  l’uomo si è riferito a questa esperienza delineando, a seconda delle cause per cui viene esperita, confini che hanno separato e separano i gruppi umani, e l’ha connotata di richiami emotivi e significati psicologici, fino a sperimentarne la seduzione. 

La stanchezza è un filtro che modifica le nostre esperienze:  portata ai limiti della sostenibilità, nelle sue varie declinazioni, può avere le ripercussioni più diverse. Handke nel suo Saggio sulla stanchezza[3] ci fa partecipi di immagini che la ritraggono nelle sue varie funzioni:  dal renderci monadi chiuse in sé, prigioniere in un orizzonte di routine in cui si svilisce ogni desiderio di cambiamento e di partecipazione alla vita in qualunque sua forma, fino all’abbandono del sé, per raggiungere l’unità con l’altro e con il mondo e l’epifania dell’epos del mondo.


Una stanchezza che inizia con una esclusione...
 
 
Jacopo Piccini; Sacchis Giovanni Antonio de detto Pordenone

Gustave Dorè - Adamo ed Eva cacciati dal Paradiso Terrestre
 
Nicolas Chapron - Adamo ed Eva cacciati dal Paradiso Eden
 
...  e una condanna alla ripetizione
 
Guercino - Sisyphus



[1] Sisifo viene punito da Zeus per aver osato sfidare gli dei con la sua sagacia. Egli dovrà spingere un masso dalla base alla cima di un monte, ma, una volta raggiunta la vetta, il masso rotolerà giù costringendolo a una eterna ripetizione di questa vana e inane fatica.
[2] Adamo ed Eva vengono cacciati dall’Eden per aver disobbedito a Dio: essi, sedotti dal Demonio, hanno mangiato il frutto proibito che, a detta di costui, li avrebbe resi simili a Dio consentendo loro di accedere alla conoscenza.
[3] Edizione consultata: Peter Handke, Saggio sulla stanchezza, Garzanti – Gli elefanti, 2000, traduzione di Emilio Picco, postfazione di Rolando Zorzi.