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sabato 22 dicembre 2018

Impronte


L’acqua è insegnata dalla sete.
La terra, dagli oceani traversati.
La gioia, dal dolore.
La pace, dai racconti di battaglia.
L’amore da un’impronta di memoria.
Gli uccelli, dalla neve.


Emily Dickinson




Una delle poche, pochissime poesie, recitate dai miei alunni quest’anno insieme a “Notte Santa” di Guido Gozzano e “Preghiera a Gesù Bambino” di Umberto Saba. Poesie recitate in coralità e in continuità di voci perché appartengono a tutti, perché dentro ci siamo tutti.

Le parole che seguono vengono dalla presentazione che ho scritto per le loro famiglie, perché la loro presenza fosse accoglienza delle voci.

Voce dopo voce per accostarci alla bellezza di ciò che ci circonda, al filo che lega ogni cosa e ogni essere all’altro, alla comune esperienza di sete e spaesamento - parola pronunciata più volte dai bambini nei giorni di preparazione a questo lavoro a sottolineare l’emergere cosciente e stupito di nuove sensazioni che aprono il loro cuore e li fanno crescere. Voci che sono impronta di memoria, ricordo che ci rende presente l’amore ricevuto e che ci invita ad essere impronta d’amore per gli altri.
Voce dopo voce, come passo dopo passo, si svolge il viaggio di Maria e Giuseppe in cerca di un luogo che li accolga nell’imminenza della nascita del figlio. Possiamo immaginare i segni delle loro impronte nelle strade di  città, presepi presenti e rinnovati, mentre un campanile segna le ore che trascorrono nella vana ricerca di accoglienza
Ascolterete parole ed espressioni che suonano tipicamente cristiane, soprattutto nella poesia “Preghiera a Gesù Bambino” di Umberto Saba. Vogliamo pensarle come una offerta di pace: Saba stesso non era cristiano benché fosse profondamente affascinato dalla figura di Gesù.
Con tutte le voci, degli autori e nostre intendiamo offrirvi la poesia del Natale come nuovo inizio, nuova nascita d’amore, accoglienza e carità. Poesia, quindi, come luogo di incontro, voce da abitare, impronta che ci segna e ci insegna.












giovedì 17 maggio 2018

Considerazioni sulla parola "femminicidio".

Qualche giorno fa è comparso un post su facebook a proposito di un manifesto che si può vedere in alcune vie di Roma. Sul manifesto si vede la foto della pancia di una donna incinta e una scritta che riporto testualmente: "L'aborto è la prima causa di femminicidio nel mondo". 
In questa scritta compare la parola “femminicidio” usata in maniera impropria, indegna e pericolosa.  Femminicidio è un termine con un significato preciso, codificato, che possiamo trovare nel Devoto- Oli (2013): "Qualsiasi forma di violenza esercitata sistematicamente sulle donne in nome di una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale, allo scopo di perpetuare la subordinazione e di annientare l'identità attraverso l'assoggettamento fisico o psicologico, fino alla schiavitù o alla morte".
La nostra cultura è costellata di esempi di violenza di genere. Ognuno di noi conoscerà degli esempi, in letteratura, nelle arti visive, nella società. Forse è il momento di cominciare a diventare consapevoli. Come dico spesso, quella della violenza sulle donne è una realtà pervasiva e capillare e questo manifesto lo dimostra.
La parola "femminicidio" ha un campo semantico ben definito, cioè quando ne parliamo ci vengono in mente determinate cose ad esempio: violenza domestica, violenza di genere, violenza psicologica, sopraffazione, tortura, stupri di guerra. 
Una scritta come quella del manifesto pretende di estendere il campo semantico della parola femminicidio al campo semantico della parola aborto. Ci possono essere vari motivi e situazioni per cui una donna arriva all'aborto e può anche darsi che sia costretta ad arrivarci e che sia praticato in condizioni estreme per cui muoia, ma non si può, non si deve in alcun modo dire che l'aborto sia la prima causa di femminicidio.
Chi vuole compiere un femminicidio, non pratica un aborto, sventra; non uccide la donna attraverso questa pratica, la uccide e basta. E nel caso che l'aborto sia praticato come forma di violenza, la causa del femminicidio non è l'aborto, ma la violenza da cui hanno origine sia la gravidanza indesiderata che l’eventuale costrizione a praticare l’aborto.
Se il manifesto intende dire che le statistiche indicano che tra le cause di morti femminili  l’aborto, nel posto x e nel tempo x, è quella che registra la percentuale maggiore, lo deve fare onestamente, parlando di decessi per aborto e non di femminicidio.
Questo post compie un'azione pericolosissima: mette in ombra il fenomeno della violenza di genere.
E se dovessimo riuscire a trarre una domanda dal modo in cui è posta la questione, quale sarebbe?
È difficile porsi domande, è molto più facile dare una risposta sollecitati da quello che si legge, per alcuni sarà il consenso, per altri il dissenso. Ma ora non mi interessa questo, mi interessano le domande.
La prima che mi viene in mente, stando a quello che leggo, è “Di chi è la colpa di questi femminicidi?”
La risposta, quale che sia, è la scoperta del carattere manipolatorio di un post del genere.
Se poi ci chiediamo perché è stato usato il termine “femminicidio”, la violenza commessa attraverso l’uso delle parole è ben evidente.
Per il resto, l’aborto è contemplato dalla legge e qui non dico altro: intelligenti pauca.
Anche nella scrittura possono comparire errori di analfabetismo funzionale a cui assocerei anche analfabetismo emotivo, nel caso specifico. Se non si tratta di questo abbiamo a che fare con una cosa gravissima.
Chi volesse documentarsi sul termine dal punto di vista linguistico, e non solo ché il linguaggio non è mai cosa avulsa dalla vita, può leggere quanto ne dice l'Accademia della Crusca: femminicidio


lunedì 30 settembre 2013

Sisifo e noi

Come Sisifo tutti noi viviamo prigionieri di ripetizioni che se da una parte ci sfibrano, dall'altra ci qualificano. Il tipo di stanchezza che ci portiamo sulle spalle o che traspare dai nostri occhi può essere il segno di appartenenza a un gruppo ma, sempre più spesso, è solo nostro.
Di nuove stanchezze ho parlato in un breve scritto pubblicato sul blog di filosofi per caso al quale rimando chi volesse leggere per intero l'articolo. I paragrafi che pubblicherò in questo blog potranno essere occasione di ulteriori riflessioni. 

Condanna e seduzione.
 
La condanna del  genere umano alla stanchezza è narrata nei miti, che siano quello di Sisifo[1] o quello della cacciata dall’Eden[2],  ed essa viene generalmente percepita come portato inevitabile del vivere. Nel corso dei secoli e dei millenni  l’uomo si è riferito a questa esperienza delineando, a seconda delle cause per cui viene esperita, confini che hanno separato e separano i gruppi umani, e l’ha connotata di richiami emotivi e significati psicologici, fino a sperimentarne la seduzione. 

La stanchezza è un filtro che modifica le nostre esperienze:  portata ai limiti della sostenibilità, nelle sue varie declinazioni, può avere le ripercussioni più diverse. Handke nel suo Saggio sulla stanchezza[3] ci fa partecipi di immagini che la ritraggono nelle sue varie funzioni:  dal renderci monadi chiuse in sé, prigioniere in un orizzonte di routine in cui si svilisce ogni desiderio di cambiamento e di partecipazione alla vita in qualunque sua forma, fino all’abbandono del sé, per raggiungere l’unità con l’altro e con il mondo e l’epifania dell’epos del mondo.


Una stanchezza che inizia con una esclusione...
 
 
Jacopo Piccini; Sacchis Giovanni Antonio de detto Pordenone

Gustave Dorè - Adamo ed Eva cacciati dal Paradiso Terrestre
 
Nicolas Chapron - Adamo ed Eva cacciati dal Paradiso Eden
 
...  e una condanna alla ripetizione
 
Guercino - Sisyphus



[1] Sisifo viene punito da Zeus per aver osato sfidare gli dei con la sua sagacia. Egli dovrà spingere un masso dalla base alla cima di un monte, ma, una volta raggiunta la vetta, il masso rotolerà giù costringendolo a una eterna ripetizione di questa vana e inane fatica.
[2] Adamo ed Eva vengono cacciati dall’Eden per aver disobbedito a Dio: essi, sedotti dal Demonio, hanno mangiato il frutto proibito che, a detta di costui, li avrebbe resi simili a Dio consentendo loro di accedere alla conoscenza.
[3] Edizione consultata: Peter Handke, Saggio sulla stanchezza, Garzanti – Gli elefanti, 2000, traduzione di Emilio Picco, postfazione di Rolando Zorzi.